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Elogio funebre per In The Flesh

Quando, ormai molti mesi fa, mi sono ritrovata a casa della mia più cara amica e l’ho sentita dire “com’è possibile che gli zombie vadano tanto di moda e nessuno guardi In The Flesh?!”, non pensavo che la mia idea di cosa rendesse una serie televisiva degna di essere guardata sarebbe cambiata così drasticamente. In pochi giorni ho guardato l’intero show (non ci ho messo molto, sono solo nove episodi in totale), sono arrivata a considerarlo uno dei prodotti televisivi migliori degli ultimi anni e… mi sono disperata insieme al resto del mondo quando, pochi giorni fa, la BBC ne ha annunciato ufficialmente la cancellazione. Ma andiamo con ordine.

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“In The Flesh” è un supernatural drama britannico andato in onda tra il 2013 e il 2014 sulla BBC Three.
Kieren Walker è un normale ragazzo di Roarton, piccolo villaggio immaginario nel Lancashire, tranne che per un piccolo dettaglio: Kieren Walker è morto. Tecnicamente è tornato in vita, quindi è uno zombie. O meglio, soffre di PDS (Partially Deceased Syndrome, sindrome da decesso parziale), e come lui molte altre persone morte nel 2009 e rialzatesi dalla tomba nell’evento che ha preso il nome di “Risveglio”. Tornati come creature rabbiose, affamate e senza controllo, hanno seminato il terrore e si sono scontrati con una serie di milizie armate nate per proteggere gli umani indifesi (come la Human Volunteer Force, di cui fa parte la sorella di Kieren), finché degli scienziati hanno trovato una cura per restituire ai redivivi la coscienza che avevano perso con la morte e la successiva rinascita. Muniti di trucchi per coprire la carnagione pallida, di lenti a contatto per nascondere il bianco degli occhi, e di una medicina da iniettarsi quotidianamente per non tornare allo stato rabbioso, vengono spinti dal governo a reintegrarsi nella società, tornando così a vivere con le loro famiglie e nelle loro case. Ma la gente non può dimenticare la paura e la morte che queste creature hanno seminato quando non erano in possesso delle loro facoltà mentali, e l’integrazione non è così facile come il governo vorrebbe auspicarsi.

In The Flesh
“This place. It’s never going to accept people like us. Never ever.”

Questo nuovo gruppo di cittadini, che non raggiunge i 150.000 componenti ed è quindi a tutti gli effetti una minoranza, si trova irrimediabilmente a scontrarsi con vari livelli di sospetto, in un arco ideale che parte dal pregiudizio, passa per la segregazione e termina con l’estremismo più violento. Questo è il fulcro della prima stagione di questa serie che ha preso un elemento soprannaturale e l’ha trasformato in una metafora di problemi sociali molto reali come il razzismo e l’omofobia, dipingendo una realtà in cui esistono innumerevoli sfumature tra il bianco e il nero.

La seconda stagione si spinge oltre la discriminazione: estremismo e terrorismo, dipendenza, disordine da stress post-traumatico, fanatismo, sindrome del sopravvissuto. Le strade di Roarton e le persone che vi abitano sembrano così reali, così vere, che è facile immedesimarcisi e dimenticare quanto le premesse di questa serie si basino su un evento soprannaturale.

Il focus dello show non è la risposta alla domanda “cos’è successo?” o il tentativo di sopravvivere a un’apocalisse zombie. Il cuore è la ricerca, di ognuna delle parti coinvolte, di dare un senso a ciò che è successo e, soprattutto, di andare avanti. Perché il problema è questo, il passato non si può cambiare… ma è un passato che ha lasciato profonde ferite e guardare avanti non è facile come sembra.

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“I am a partially deceased syndrome sufferer and what I did in my untreated state was not my fault.”

“In The Flesh” simboleggia anche un’importante evoluzione nella rappresentazione dei personaggi all’interno dei programmi televisivi: donne dai caratteri forti, multidimensionali, non relegate al solito ruolo di interesse romantico; un protagonista bisessuale, il cui orientamento non è affatto il cardine della serie; personalità complesse e di difficile interpretazione, che fino all’ultimo ci fanno dubitare dei loro intenti e delle loro motivazioni. Una rappresentazione perfettamente sostenuta da un cast eccezionale, a partire dal giovane protagonista Luke Newberry (visto in Sherlock, interpreta Kieren Walker), a cui si uniscono la splendida Emily Bevan (interpreta Amy Dyer), il carismatico Emmet Scanlan (famoso per Hollyoaks ma visto anche in Constantine e in Guardiani della Galassia, interpreta Simon Monroe) e Harriet Cains (interpreta Jemima “Jem” Walker, sorella di Kieren), tra gli altri.

In The Flesh
“How many layers of cover up mousse did you put on this morning? How many miles will you have to travel before you can take it all off, Kieren Walker?”

In particolare, l’arrivo di Simon nella seconda stagione permette alla serie di fare un ulteriore salto di qualità e lascia lo spettatore a porsi le stesse domande con cui Kieren si confronta episodio dopo episodio: è giusto nascondere ciò che si è realmente solo per permettere alla società di continuare a vivere nei suoi schemi mentali, costruiti attorno a un muro di paura, ignoranza e intolleranza che un dialogo tra le parti potrebbe facilmente abbattere? Insomma, è giusto vivere nascosti, mentire agli altri e a se stessi, solo per il quieto vivere?
Lo stesso Simon, poi, è forse il personaggio più affascinante dell’intera serie. È la personificazione di tutto quello che “In The Flesh” rappresenta: un uomo così complesso, così vibrante, che lo spettatore non può fare a meno di formulare un giudizio su di lui, quale che sia, che varia nel tempo e si complica quando viene rivelata la sua storia. Ma allora, quel giudizio dato in precedenza, sulla base del poco che si sapeva di lui e del molto che invece si immaginava, non era forse solo un pregiudizio?

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“There’s what I believe. And then there’s you.”

Nonostante l’evidente low budget con cui la serie è stata prodotta, visivamente è un piccolo gioiello. Si è preferito usare location reali invece che set, e il risultato è che Roarton vive, respira, così come i personaggi che la abitano e che potrebbero essere i nostri vicini, i nostri amici, i nostri colleghi, con le loro così diverse visioni del mondo. Un filtro quasi grigio rende le immagini desaturate, realistiche. Il montaggio salta da una storyline all’altra, presentandoci i diversi personaggi intenti a vivere le loro vite e mantenendo alto l’interesse per ognuno di loro. Il ritmo è lento, ben lontano dalle serie soprannaturali a cui siamo abituati, perché non è l’azione il motore di questa storia (anche se non mancano scene veloci e colpi di scena).
La critica si è accorta del valore della serie, tanto da fargli vincere due BAFTA (British Academy of Film and Television Arts), uno come miglior miniserie e l’altro a Dominic Mitchell come miglior scrittore di drama. Inoltre “In The Flesh” ha un fandom molto attivo alle spalle, che per mesi ha dato vita a petizioni e campagne per far sì che una terza serie vedesse prima o poi la luce.

Insomma, un capolavoro di cui purtroppo non vedremo mai la fine a causa della mancanza di fondi che la BBC Three, nel suo ultimo anno da canale televisivo, ha scelto di non assegnare alla sua produzione. Tanti punti in sospeso, quindi, e un’unica grande certezza: BBC, di solito sono la prima a difenderti a spada tratta anche quando prendi decisioni controverse, ma lasciatelo dire… questa volta, cancellando “In The Flesh”, hai sbagliato alla grande.
Enys

Informazioni su Enys

Enys si nutre di serie tv, videogiochi, libri e cinema. E sushi, di tanto in tanto, giusto per non vivere d'aria e pixel. Arriva da una lunga carriera di ascoltatrice di visual kei, jrock e jpop, che ogni tanto recupera in onore dei bei vecchi tempi. Ama i gatti, il teatro, l'accento inglese, Mass Effect, i musical e Cardiff. Ha una laurea in Traduzione per il Doppiaggio Cine-Televisivo.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 gennaio 2015 da in Senza categoria con tag , , , , , , , , , .

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