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L’immaginazione è una cosa seria!

Un titolo un po’ pomposo, magari, per iniziare…
Eppure, chissà perché, lo trovo adatto.
Quasi doveroso.
Sì, l’immaginazione è una cosa seria.
Il che vuol dire che merita rispetto.
Attenzione, però, il fatto che io la definisca “seria” non sta a significare che sia appannaggio dei grandi, degli adulti, di chi, troppo spesso, l’immaginazione la mette da parte.
Vuoi per scelta, vuoi perché schiacciato dagli affanni della vita di tutti i giorni.
Non sono uno di quelli che vorrebbe solo fumetti, anime, cartoni, film, serie tv e quant’altro fruibili solo da cervellotici post trentenni, mattoni criptici che possono essere capiti solo da pochi eletti (massoni e illuminati…). No, per carità.
L’immaginazione, la fantasia, per sua stessa natura è libera, fluida, deve assolutamente essere alla portata di tutti.
Non deve nemmeno essere per forza seriosa, iperrealistica, ipercinetica, cervellotica… può (e deve) anche essere leggera, scherzosa, ironica.
Così come può essere nostalgica, magari cinica, farti ridere a denti stretti o lasciare l’amaro in bocca.
L’immaginazione può essere questo e tanto altro ancora. Il punto fermo (e qui arrivo finalmente a spiegare la questione, dopo il mio preambolo) è che deve essere trattata con rispetto da chi, con l’immaginazione, ci lavora e magari ci intrattiene.
Deve essere fatta, appunto, seriamente.
Questa mia riflessione parte dal recente film dei Cavalieri dello Zodiaco.
Non dal film di per sé (che non ho ancora visto e penso che guarderò quando sarà disponibile in home video), ma dall’idea che c’è dietro.
Quella di usare un franchise, un marchio, un lore, ben consolidato e che vanta molti appassionati, e pensare che questo sia, automaticamente, la chiave per avere un prodotto vincente.
Invece ci si trova spesso ad avere un prodotto graficamente, visivamente eccelso, ma che manca della cosa principale: l’anima.
Quella che ti può dare solo una storia, una narrazione ben costruita e solida, che ti permette di rendere davvero vivi i personaggi.
Non è il 3D, non è la CGI a dare un cuore… è e sempre sarà la Storia. Quella è il motore, non i lustrini con cui si presenta il pacco. Questo manca, oggi, a molti “prodotti” (che brutta parola da usare in merito ad un qualcosa legato all’immaginazione, ma concedetemi di usarla per essere comprensibile). Ci si concentra sulle apparenze, sul costume di un supereroe, sul cercare di stravolgere la testata… perdendo di vista l’essenziale: la storia.
La storia che quell’eroe deve raccontare, il messaggio che deve fare arrivare al suo lettore.
Un discorso questo che vale per film, serie tv, anime, cartoni, programmi di intrattenimento… un elemento che travalica limiti di età, il target, ma che va alla radice di quello che è un assottigliamento molto pericoloso della narrazione, della capacità di raccontare, di trasmettere qualcosa. L’umanità fin dai suoi albori ha fatto del raccontare, del tramandare, un elemento cardine della sua storia. Fin da quando un nostro progenitore ha disegnato dentro a una caverna la sua storia…
Da allora i miti, le leggende, le storie, hanno sempre fatto parte della nostra cultura.
Di generazione in generazione. E ora?
Nell’epoca con la più vasta possibilità di comunicazione che si sia mai vista, si rischia di non aver nulla da dire.
E precipitiamo in un baratro di reboot, restyling, stravolgimenti fini a se stessi, onanismo come esercizio di stile, a scapito di sostanza e creatività. Di questo ho paura, se non torniamo a prendere la fantasia sul serio: che ci resterà solo una realtà grigia.

Thierry “ Tsunami” Gerbore

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